Se visitate la Sicilia sud – orientale non potete mancare di visitare Ibla. Una delle cose che colpisce per prima il turista che si trova a visitare Ragusa Ibla (nucleo storico della città di Ragusa) è il colore bianco degli edifici e delle strade realizzati con la tipica pietra calcarea dell’altopiano ibleo. Voglio riportarvi una favola che ho trovato in un libro che ritengo proprio ben fatto in cui da un lato si spiega in maniera fantastica la prevalenza del bianco in tutti i nostri edifici e dall’altro sembra quasi di poter toccare il filo che ci lega ai greci. Quei greci che tanto ci hanno lasciato così che ancor oggi la vita di noi siciliani è a metà tra tragedia e commedia. E forse risale ai greci anche l’abitudine di vedere l’amore non come un sentimento unico, ma nelle sue varie sfaccettature. Al punto che in greco esiste una parola diversa per ogni tipo di amore.
Così ci racconta Mimì Arezzo nel suo Una Ragusa da amare.
“Ai piedi della scalinata di San Giorgio, appoggiata alla maestosa ringhiera, riposava una donna dai capelli lunghi e bianchi; la stanchezza, annidata fra le cento rughe del viso, non riusciva a piegare la fierezza dello sguardo, che sembrava trapassare da parte a parte le cose per scrutare misteriosi orizzonti.
Perfino i monelli rispettavano la stanchezza della donna, ed evitavano di turbarne i silenzi con i loro giochi; da circa un anno la donna era comparsa ad Ibla, e nessuno sapeva da dove fosse venuta, nè quanto si sarebbe fermata; qualcuno, è vero, le aveva fatto delle domande, ma aveva avuto in risposta solo un sorriso che ad alcuni era sembrato contenere il calore dell’estate, e ad altri aveva invece ricordato il freddo dei ghiacciai del nord.
Don Neli u quartararu, che molto aveva viaggiato, giurava che la donna fosse una baronessa di Palermo, cacciata dal marito perchè con occhi di fuoco aveva sorriso ad un soldato garibaldino; quello sguardo e quel sorriso le erano rimasti impressi per l’eternità, e da allora ella girava per le terre di Trinacria alla ricerca della perdutà serenità.
V’era, al contrario, chi sosteneva che si trattasse di una madre Saracena, che cento anni prima aveva visto partire per la Sicilia il suo unico figlio, in missione di guerra per combattere contro gli infedeli, e dopo aver atteso per mille battiti di cuore era partita alla ricerca; e adesso la sua anima vagava fra il sorriso della speranza e la paura della realtà, in eterno limbo d’Amore.
Gli uomini di Ibla rispettavano in lei il mistero dell’esistenza, e camminavano in punta di piedi quando le passavano vicino.
Una sera di dicembre, mentre di approssimava il Santo Natale e il freddo infieriva a Ibla su uomini e cose, la donna all’improvviso scomparve; Turiddu u pisciaru, che s’era attardato a vendere in giro la sua merce, giurò di averla vista come sempre davanti alla scalinata, appena qualche istante prima; nessuno l’aveva incontrata per le strade, eppure di lei restava il ricordo, fluttuante nell’aria gelida e tersa.
Per tre giorni ognuno sentì misteriosa angoscia nel cuore, e tutti provarono rimorso per non aver cercato di squarciare quel mistero; poi, come accade per tutti gli avvenimenti del mondo, il ricordo della scomparsa sbiadì lentamente nel cielo, e divenne leggenda da narrare talvolta nelle serate attorno al fuoco, quando più forte si avverte il disagio della vita.
Molti anni dopo, quando Don Neli u quartararu già da lungo tempo era andato con le sue quartare per le strade del cielo, e i monelli di questo racconto erano divenuti bianchi signori dall’aria stanca, giunse a Ibla Continua a leggere→